Amarcord

Come fu approvato il piano regolatore

In vigore ancora oggi, divenuto una trappola

Politica
Giovinazzo mercoledì 11 maggio 2022
di La Redazione
Giovinazzo vista dall'alto
Giovinazzo vista dall'alto © urbanpromo.it

Il piano regolatore, lo strumento che definisce non solo l’espansione o meno della città, prevede lo sviluppo socio economico e tanto altro. Oggi si chiama Pug, piano urbanistico generale, oggetto di discussione per la sua approvazione, sicuramente argomento di campagna elettorale. Nel frattempo il vecchio Piano regolatore rimane in vigore. Ma come si arrivò alla sua approvazione? Ce lo ricorda Isidoro Mortellaro che ai tempi del varo dello strumento urbanistico era consigliere comunale.

Era l’undici gennaio 1985. Di lì a poco si sarebbe votato per il rinnovo del Consiglio comunale di Giovinazzo. E l’Amministrazione a guida DC ambiva ad un terzo mandato. Quale passaporto migliore dell’approvazione di un Piano regolatore generale dopo che le scelte del Piano di fabbricazione varato nel 1971 erano ormai divenute inattuali?
In realtà, il percorso era iniziato da molto tempo, fin dal 1976, e aveva cominciato a produrre passi concreti a partire dal 1979-80, ovvero dalle deliberazioni con cui il Consiglio comunale aveva varato le cosiddette “sopra-elevazioni” in zona B e definito i criteri di sviluppo e sanatoria per le aree della zona costiera interessate dai fenomeni di abusivismo edilizio. Adesso si trattava di concludere quella marcia.
La seduta dell’11 gennaio iniziava dall’audizione dei tecnici incaricati. Tra varie precisazioni si delineava il quadro di assieme in cui veniva a calarsi la proposta specifica di piano regolatore: la crisi delle AFP, la fine della Cassa per il Mezzogiorno, la delineazione del primo Progetto di Area metropolitana di Bari.

Un primo punto di discussione riguardò la generale parametrazione del piano a 25 mila abitanti per il 1999. Vivace fu allora la discussione tra gli esponenti del PCI e i tecnici. Di fatto, oltre alla sottolineatura di alcuni errori tecnici nelle formule adoperate emerse che in realtà per quel parametro erano stati adoperati tutta una serie di riferimenti di sviluppo generale ormai mutati, non più attuali. Alla fine i tecnici ebbero buon gioco contro un PCI rimasto isolato nella indicazione di quel dato irreale di 25 mila abitanti che poi avrebbe determinato, a cascata, tutta una serie di incidenze settoriali.
Un secondo punto di discussione si accese sulla destinazione delle aree AFP. Dopo aver ricordato che una prima bozza di piano aveva ipotizzato la delocalizzazione completa delle AFP nella zona ASI e la destinazione dell’area dismessa a terziario direzionale (ipotesi già rigettata da tutte le forze politiche), l’attenzione si appuntò sulla tipizzazione dell’area come «industria e/o servizi all’industria».
Da parte del Pci la questione fu posta come pregiudiziale all’intera discussione, nel senso che in quella tipizzazione si scorgeva il pericolo futuro di una trasformazione surrettizia, di una possibile speculazione che portasse alla scomparsa dell’industria e alla libera interpretazione del termine ‘servizi’. Dopo accesa e lunga discussione, i tecnici concordarono sulla proposta avanzata dal PCI di riformulare il tutto come «industria e servizio all’industria ivi allocata». La DC volle chiarire che riteneva opportuna tale correzione per evitare malintesi e a chiarimento di una posizione da sempre sostenuta.

Altre discussioni particolari riguardarono le dimensioni complessive dell’intervento nei vari settori e la sua conformazione generale, con la definizione dell’area destinata al terziario direzionale e al porto turistico.
Passando alle varie dichiarazioni di voto il PCI – sia pure soddisfatto per aver spazzato via i pericoli immediati nascosti dall’ambiguità della destinazione originariamente assegnata alle aree AFP - accompagnò il suo voto decisamente contrario al progetto di PRG con una serie di motivazioni. Il piano negava il carattere storicamente industriale assunto da Giovinazzo, accerchiando l’area AFP con tutta una serie di tipizzazioni di area che avrebbero un domani creato problemi: a Nord direzionale e porto turistico, a Nord-Est aree turistico-residenziali, a Sud area di sviluppo intensivo residenziale e collocando invece lontano, verso Molfetta, aree artigianali. Con queste scelte generali si tracciava un futuro in cui le AFP erano condannate comunque ad andar via. Altro lo sviluppo possibile se si fosse collocato attorno alle AFP verso l’asse Bari-Modugno-Bitonto tutto l’intervento artigianale o di artigianato produttivo, a dialogo e con una integrazione più stretta con l’area industriale esistente e utilizzato altrove, verso Ovest lo spazio per le residenze.

Una seconda contrarietà del PCI al progetto di Piano regolatore derivava dalle scelte relative al turismo. Di fatto si trattava di soluzioni che andavano a razionalizzare del tutto gli interventi speculativi e le illegalità perpetrate per tutto un recente passato sulla Costa, esaurendo tutte le cubature possibili per quei territori e completando il tutto con un improbabile Porto turistico. Terza questione il sovradimensionamento generale dell’intervento.
Considerazioni quasi analoghe venivano svolte dal PSI: impossibile resistere con una area industriale al centro del paese, assurdo rinviare al domani gli interventi di risanamento richiesti dalle illegalità perpetrate per anni sulla costa, tutta la previsione edilizia era di fatto sovradimensionata. Vi sarebbero stati problemi in futuro.

Tra perplessità per alcuni aspetti, quali ad esempio la collocazione della zona artigiana e la mancanza di verde, e il consenso per la difesa dell’area AFP, il MSI sceglieva l’astensione.
La DC, con vari interventi di consiglieri e amministratori, dichiarava la sua piena soddisfazione per aver portato in porto una conquista storica che nei paesi viciniori appariva spesso impresa difficilissima. Un’impresa che coronava il lavoro avviato con le cosiddette sopra-elevazioni e che – in un momento difficilissimo quale quello determinato dalla crisi delle AFP – poteva avviare sviluppo alternativo nel settore turistico e edile.
Quel piano sarebbe passato poi per varie vicende e variazioni, determinate in primo luogo dalle decisioni regionali, in particolare sulle destinazioni turistiche, di fatto tutte azzerate in attesa delle nuove normative regionali. Altri aggiornamenti sarebbero stati imposti a distanza di tempo dalla necessità di adeguarsi alle evidenze della pianificazione idrogeologica.

Su iniziativa poi da parte di un cittadino che era stato tra i ricorrenti critici delle soluzioni previste per la costa, tutto quel complesso di decisioni urbanistiche finì quasi immediatamente in una indagine della magistratura contro gli amministratori dell’epoca, chiusa poi con un non luogo a procedere per insussistenza dei fatti. Le indagini svolte all’epoca e le analisi allora prodotte dai periti incaricati dalle parti o dagli inquirenti fecero però luce in particolare sulle tribolazioni della costa, sugli abusi perpetrati in passato e sulle scelte compiute nel merito dalla strumentazione urbanistica.
In particolare, fu accertato un sovradimensionamento del settore nella normativa adottata e fu documentata la preesistenza al piano di «oltre 40 costruzioni e/o complessi residenziali realizzati irregolarmente e/o illegittimamente e/o abusivamente». Dopo vari cambi di amministrazione, dovute a mutamenti determinati dalle elezioni a ridosso del 1975, le autorità regionali avevano chiesto adeguata sanzione senza che vi si potesse porre rimedio per l’impossibilità tecnica a poter procedere con demolizione, visto il diniego di qualsiasi impresa interpellata, o per successiva prescrizione o condono.

L’attuazione di quel piano regolatore è ancora sostanzialmente bloccata a quei giorni lontani.

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