L'intervista

Giovinazzolive a colloquio con Giuseppe Volpe, già Procuratore capo a Bari

La carriera del Magistrato, i «casi» su cui ha lavorato

Cronaca
Giovinazzo giovedì 29 ottobre 2020
di Mino Ciocia
giuseppe volpe
giuseppe volpe © n. c.

«Il mio primo processo? A Bari, ancora da praticante (all’epoca era chiamata Accademia) come Pubblico Ministero contro un primario che aveva procurato un danno a un suo paziente nel corso di un intervento chirurgico. Era sulla fine degli anni ‘70». È cominciata così la chiacchierata con il dottor Giuseppe Volpe, già Procuratore capo presso la Procura di Bari. In pensione da agosto scorso, ha voluto ripercorrere le tappe della sua carriera con Giovinazzolive. Sei mesi a Roma al seguito di magistrati più esperti e altri sei mesi a Bari. E poi il suo primo incarico a Torino. «E dopo 7 anni, all’età di 39 anni, la nomina a procuratore capo a Cagliari – ha raccontato – All’epoca ero il più giovane Procuratore capo d’Italia». Nel 1997 il trasferimento alla Procura generale di Bari. Il rientro di Volpe in Puglia è coinciso con importanti indagini. «La mafia garganica, l’incendio del Petruzzelli, il processo alle Cliniche Cavallari, di questo mi sono occupato in quello che posso ritenere, dopo la parentesi da praticante, il mio secondo periodo barese. Tra tutti i casi seguiti, voglio ricordare però il processo “Cartagine” a carico di clan criminali di Cerignola. Un gruppo criminale incriminato per 40 omicidi che si è concluso con 15 ergastoli. Per una città di 60mila abitanti il numero dei condannati fa capire che quella foggiana negli anni ’90 non era per nulla una organizzazione mafiosa di secondo piano». In quegli anni la provincia di Foggia aveva un triste primato in Italia, quello degli omicidi commessi in rapporto alla popolazione. «Indagare su quei casi mi ha fatto capire molto sulla criminalità organizzata pugliese». Arriva poi un ennesimo trasferimento. Quello che ha visto il dottor Volpe assumere l’incarico presso la Procura generale della Cassazione a Roma. «Anche qui mi sono dovuto occupare di fatti di una certa rilevanza, come ad esempio il processo per i fatti di Balzaneto». Per i fatti di Genova, dove ad essere accusati erano stati accusati dei poliziotti per aver pestato i manifestanti nella caserma dove erano acquartierate le forze dell’ordine incaricate di vigilare sul G8. I fatti risalgono al 2001, i processi arrivarono in Cassazione nel 2012. Due anni dopo Volpe torna a Bari, questa volta nelle vesti di Procuratore capo. E con il suo nuovo ruolo inaugura una modalità di lavoro che in Italia è oggi conosciuto come «metodo Bari». «Fino a quel momento – ha affermato Volpe – ogni magistrato, ogni forza di polizia, agiva per proprio conto. Ho chiesto e ottenuto che tutte le informazioni venissero condivise. Per questo ogni giorno tutte le parti hanno cominciato a sedersi intorno a un tavolo per condividere ogni genere di informazione possibile intorno alle indagini che ognuno stava svolgendo. Proprio questa condivisione di informazioni ha permesso di raggiungere risultati importanti. Abbiamo costituito una sorta di data base in cui abbiamo fatto confluire tutti gli elementi utili a qualsiasi indagine in modo da non disperdere nulla. Tutto questo ci ha permesso di ricostruire dinamiche criminali che altrimenti sarebbero sembrate scollegate tra loro». Risultati tangibili che per esempio hanno fatto scendere il foggiano dal podio di quella classifica che vedeva la provincia con il più alto numero di omicidi di mafia, e di sgominare clan criminali a Manfredonia e San Severo, solo per citare due città della Capitanata. C’è poi un ulteriore capitolo di cui parleremo in un prossimo articolo, quello della criminalità a Giovinazzo. Non poteva sfuggire un accenno alla situazione cittadina e ai fatti di nera che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

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