Lavoro

Strumenti insufficienti per l’emergenza, partite Iva e lavoratori del settore privato in crisi

Ristori modesti, cassa integrazione in ritardo, la pandemia in un anno ha azzerato le attività d’impresa

Cronaca
Giovinazzo venerdì 09 aprile 2021
di Savino Alberto Rucci
Lavoro e crisi
Lavoro e crisi © n.c.

È già passato un anno da quando a causa della pandemia la quasi totalità delle realtà produttive italiane ha dovuto sospendere o ridurre notevolmente la propria attività d’impresa.

E da subito è parsa evidente la disparità di trattamento che si è venuta a creare tra titolari di partite iva e lavoratori subordinati, perché nei confronti dei primi sono stati attuati provvedimenti assolutamente inefficienti come i 600 euro una tantum dello scorso anno o i ristori dell’anno in corso, di importi assolutamente modesti ed erogati anche con notevole ritardo.

Tra i secondi invece ci sono stati i lavoratori della pubblica amministrazione che hanno continuato a percepire le proprie competenze economiche per intero e quelli del settore privato, circa l’80 per cento della forza lavorativa italiana, ha dovuto scoprire lo strumento della cassa integrazione.

Questo strumento, utilizzato in tutto il mondo a favore dei lavoratori sospesi dall'obbligo di eseguire la prestazione lavorativa o che lavorino a orario ridotto, in Italia è gestito dall’INPS, che si occupa di rimborsare le aziende o di pagare direttamente una parte degli stipendi dei lavoratori.

Fin da subito è stato evidente il ritardo nell’erogazione delle somme di cassa integrazione, in merito ai quali l’INPS si è giustificata dicendo che gli attuali strumenti utilizzati erano stati progettati per gestire un numero di richieste infinitamente inferiori e che mai prima d’ora è accaduto che l’intero settore produttivo dell’intero Paese ricorresse contemporaneamente a misure di sostegno al reddito.

A ciò si aggiunge che non esiste un ammortizzatore sociale unico ma una pluralità ed estrema eterogeneità di strumenti messi a disposizione per l'emergenza, con notevole aggravio di costi e tempistiche.

In definitiva l'impianto di strumenti messo a punto per fronteggiare l'emergenza si è dimostrato largamente inefficace per offrire quella rapidità di risposta, elemento essenziale a garantire un'effettiva tutela dei lavoratori.

Per ovviare a ciò è stata prevista fin dallo scorso anno la possibilità di richiedere l’anticipazione del trattamento da parte dell’INPS nella misura del 40%, nonché la possibilità che l’ABI, l’associazione che rappresenta le banche, anticipasse alle imprese la liquidità necessaria a pagare la cassa integrazione in attesa dei rimborsi dall’INPS, ma in quest’ultimo caso le banche sono state restie a mettere in pratica gli accordi e solo in pochi casi è stato attuato l’anticipo.

Dal quadro sopra esposto emerge, pertanto, l’impellente necessità di garantire da un lato un quadro normativo stabile e di immediata comprensione, dall’altro procedure semplici in grado sia di semplificare le modalità di presentazione delle istanze sia di accelerare l’erogazione delle prestazioni da parte dell’istituto.

Se a ciò si aggiunge che a dicembre 2020 ben 73 mila imprese hanno chiuso e 17 mila non riapriranno più, ci si domanda cosa accadrà quando verrà meno il divieto di licenziamento e le aziende non potranno più ricorrere agli strumenti di sostegno al reddito?

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