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«Io resto in comunità»

Come reinventarsi le attività riabilitative ai tempi del coronavirus

Attualità
Giovinazzo giovedì 09 aprile 2020
di mino ciocia
centro Gocce di memoria
centro Gocce di memoria © Nc

Le altre malattie e patologie, in periodo di Covid 19, non possono andare in secondo piano. In particolare, ad aver bisogno di cure e attenzioni costanti, sono gli ammalati di Alzheimer e i disagiati psichici. E con le restrizioni dettate dal momento, chi si occupa di questo tipo di utenza ha dovuto per forza di cose «inventarsi » attività che, a detta degli operatori, hanno provocato risposte positive tali da lasciar meravigliati tutti. In particolare gli operatori dell’Anthropos, cooperativa che gestisce a Giovinazzo «Gocce di memoria» per chi soffre del morbo di Alzheimer, e il centro riabilitativo di via De Ciuccio. «I nostri centri diurni sonochiusi – ha raccontato Maria Pia Cozzari, presidente della cooperativa – però abbiamo messo a punto per i nostri utenti attività giornaliere che consentono di non interrompere il percorso da loro intrapreso. Noi li continuiamo a seguire a distanza attraverso chat e video chiamate, rimanendo a stretto contatto con i loro famigliari». Se i centri Alzheimer sono chiusi, le residenze riabilitative, quelle che ospitano i disagiati psichici, sono invece aperte. Non sono però consentite le visite di parenti o le passeggiate quotidiane che gli ospiti di quelle strutture facevano. Per questo gli operatori hanno messo a punto attività che possono tenere impegnati i loro utenti.
«Quando accadono eventi inaspettati e devastanti che irrompono nello scorrere del nostro quotidiano – si legge in una relazione della cooperativa - la vita ci porta ad esplorare maggiormente il nostro spazio interiore, ad attingere alla fonte della conoscenza: l’esperienza. In questo momento storico, è richiesto a noi operatori professionali sanitari di mantenere sempre più vivo il rapporto con i pazienti a noi affidati e le loro famiglie. Per questo abbiamoripensato i modi di vivere gli spazi, i tempi, le relazioni in comunità e le diverse dimensioni della cura.
E gli ospiti sono “scesi in campo” con tutto il bagaglio di potenzialità, talenti, risorse di cui si sono riappropriati durante il percorso terapeutico riabilitativo». Talenti inaspettati secondo gli operatori dell’Anthropos, che hanno permesso agli stessi utenti di superare, forse, la prova per loro più difficile, quella del gesto quotidiano, abituale e ripetuto, di non perdere i loro punti di riferimento.
«Siamo partiti – si legge ancora nella relazione – dalla condivisione delle notizie sul Covid e sulle sue conseguenze, trasmesse dai media nazionali e locali. Importante è stato condividere la necessità di curare l’igiene personale, di mantenere la distanza tra persone, e quindi di modificare la disposizione dei tavoli, di imparare nuove modalità di saluto». E poi l’uso dei dispositivi di protezione individuale, come le mascherine. «Materiali che abbiamo per fortuna avuto per tempo, già a febbraio» ha sottolineato Cozzari. Mascherine che sono diventate oggetto di «studio» da parte degli utenti, per renderle più funzionali alle loro esigenze.
«Nell’era di Internet – si legge nella relazione – alcuni hanno ritrovato la dimensione epistolare, almeno per quelli più propensi alla scrittura, per comunicare con i familiari che non hanno dimestichezza con la tecnologia». E per quelli che avevano l’abitudine, durante le loro passeggiate di prendere il caffè al bar? «Nasce il “Bar Anthropos” nel giardino della comunità – si legge ancora - la gestione del bar è affidata a 6 ospiti con rispettivi compiti: logistica, reportage fotografico, servizio caffè, frutta e dolci fatti in casa. Questo bar non offre la semplice consumazione, è un luogo in cui mettere in gioco la fantasia, le emozioni, i ricordi, i sogni. Per vivere dei “caffè creativi” utili a lavorare sul concetto di comunità e di convivenza». Il Coronavirus è anche questo.

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