La rubrica

L'Elzeviro | Pallottole vaganti, se questo è un Ministro

“I figli nascano in Italia! E non arrivino coi barconi dall'altra parte del mondo già belli e confezionati!". Lo ha detto Salvini in un pubblico comizio a Cantù. Ogni bambino è come un figlio

Attualità
Giovinazzo lunedì 13 maggio 2019
di Damiano Nirchio
Il Ministro Salvini
Il Ministro Salvini © Nc

Scopro la notizia per caso, grazie ad una breve pausa aspettando il mio turno in posta e sfogliando le notifiche dei social network sul telefono. “I figli nascano in Italia! E non arrivino coi barconi dall'altra parte del mondo già belli e confezionati!". Lo ha detto in un pubblico comizio a Cantù il vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno facendosi accompagnare sul palco da una sorta di ipotetica famiglia modello composta da mamma, papà e sei “italianissimi” bambini figli della coppia.

Ma, provando ad approfondire, scopro anche che non è una grande notizia: solo poche righe di semplice cronaca qui e là e lo stesso breve video rilanciato da qualche testata. Nessun commento ai contenuti espressi e alla modalità adottata tranne quello incredulo sulla bacheca virtuale del CIAI (Centro Italiano di Aiuti all’Infanzia), dove l’ho trovata casualmente, e una bellissima lettera aperta in un blog di “madri accoglienti” dedicato alle adozioni nazionali e internazionali. Scopro anche che la notizia è “vecchiotta” - se una notizia del 28 aprile può dirsi già tale - e capita sotto il mio naso riuscendo a sfuggire agli inflessibili algoritmi di Facebook e alle brevi date di scadenza delle notizie, quelle sì, già preconfezionate.

Non serve essere raffinati tecnici della parola per distinguere l’artiglieria pesante dai petardi di Capodanno e, scorrendo i virgolettati delle parole del Ministro, mi chiedo perché prendersi la briga di organizzare un raid così massiccio e mirato sulle famiglie adottive italiane e sui loro figli. È un conflitto in piena regola, un arbitrario atto di guerra che ha il sapore della rappresaglia, del rastrellamento mediatico casa per casa dando per scontato che l’istituto dell’adozione (ancor più quella internazionale) siano pratiche da sinistri radical-chic che hanno il solo scopo recondito di minare l’istituto della Famiglia tradizionale, le cui linee guida sono state sancite ufficialmente nell’ultimo congresso celebratosi a Verona, e di non riconoscersi nella leadership del “Capitano” per il quale – l’epiteto lo tradisce – ogni questione è riconducibile ad un atto di guerra o al massimo ad un derby calcistico.

Per deformazione professionale mi chiedo “Chi è il più debole tra le parti coinvolte nel conflitto?”.

Non il Ministro e lo staff che gli scrive i discorsi o i tweet, ovviamente. E nemmeno i genitori adottanti o adottandi in quanto adulti in grado comunque di elaborare una qualche reazione, una risposta, un’azione contraria che sia una querela o un semplice indignato pensiero condiviso sui social o affidato ai giornali e destinato a chi scambia una smisurata vocazione alla genitorialità per una supposta complicità nella “sostituzione di popolo” ordita per azzerare la gloriosa nazione italica o, peggio ancora, con la volontà di fare pendant coi mobili wengè del salotto…

I più fragili in questo caso risultano ancora una volta i bambini e gli adolescenti stranieri già in Italia con le loro nuove famiglie o ancora in attesa di adozione o affido.

Faccio fatica ad immaginare nemico meno pericoloso e più inoffensivo di questo. Faccio fatica ad immaginare qualcuno più incapace e impossibilitato a difendersi.

Faccio fatica a pensare che chi parla sia genitore.

Io lo sono da poco e non saprei coniare una migliore definizione dell’essere genitore, di come possa cambiare la prospettiva sul mondo e i suoi abitanti, del motto che trovo proprio sul sito del CIAI:

“Ogni bambino è come un figlio.”

Una strabiliante dichiarazione d’intenti, meglio di qualsiasi documento d’identità o permesso di soggiorno, che va oltre qualsiasi legame biologico. Figuriamoci etnico o geografico.

E continuando a scorrere le notizie in coda all’Ufficio Postale, tentando di trovare un commento autorevole, illuminante sul “perché” questo fuoco ad altezza bambino m’imbatto in un’altra notizia.

Non ha apparentemente alcun nesso con la precedente, eppure ho subito la sensazione che me ne dia un’atroce ma realistica chiave di lettura.

A Napoli, in un agguato in pieno centro, una bambina di quattro anni a passeggio con la mamma rimane gravemente ferita da una pallottola vagante e lotta tra la vita e la morte.

Non era il vero obiettivo del sicario, ma era il più fragile bersaglio nella folla, quello che, se si spara alle gambe nel mucchio, si rischia di colpire al cuore.

Così sono le parole di Salvini.

Pallottole vaganti.

E fa specie che proprio il Ministro che dovrebbe incarnare la risposta dello Stato alle malavite ne condivida invece così perfettamente le modalità di trattamento della gente comune, quella che si ama chiamare “popolo” e che ci si picca finalmente di rappresentare.

Pallottole vaganti.

Per azzoppire gli avversari, sciancarli per sempre: poco importa se ci saranno delle vittime collaterali, soprattutto se sono elettoralmente una minoranza - come i bambini stranieri- , soprattutto se si è bravi a mettere le minoranze una contro l’altra con pretesti di poca rilevanza, piccole guerre civili tanto sanguinose quanto inutili come il diritto ad esporre il Crocifisso o il Presepe nelle aule diventato più stringente del diritto ad avere solai che non crollino sulla testa degli studenti, bagni funzionanti, riscaldamenti adeguati, suppellettili sufficienti e funzionali, per non parlare del diritto al cibo o alla carta igienica…

Le pallottole vaganti servono a questo: cercare riparo, abbassare la testa per timore di ritrovarsi ad essere inaspettatamente un bersaglio.

Essere costretti a nascondersi.

Come la povertà sotto i grembiulini degli scolari.

La povertà va abolita, non nascosta. Bambini con le toppe nei pantaloni non dovrebbero essercene più, ecco tutto.”

Così scriveva Gianni Rodari nel lontano millenovecentosessantotto, “un comunista radical chic con la fissa dei bambini a cui facevano persino scrivere sui giornali” si potrebbe dire oggi con il nuovo linguaggio vigente a livello istituzionale.

Alzo la testa dal telefono e ritrovo la gente – il popolo – in coda alla posta insieme a me.

Tra loro una mamma con una bimba in braccio.

Lei in piedi, forse da un po’ e io seduto e distratto nelle mie letture.

Mi sento in colpa. Sono in fondo anche io un “distratto”, uno che si è lasciato distrarre dalle pallottole vaganti sparate dai palchi e si è dimenticato di guardarsi attorno per davvero.

Mi ricaccio il telefono in tasca e cedo il posto. E chiedo scusa.

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