L'Elzeviro

L'Elzeviro. «Ciao Gesù», Michele e il punto di vista

La rubrica dell'attore, drammaturgo e mediatore Damiano Nirchio. «Nel mio piccolo paese c’è un uomo insolito che vive per strada felice di non condividere quasi nulla della routine che appartiene alla gente»

Attualità
Giovinazzo lunedì 04 febbraio 2019
di Damiano Nirchio
Damiano Nirchio
Damiano Nirchio © Nc

Elzeviro, oltre ad essere la parola che ancora indica un antico carattere tipografico, è un’espressione gergale che indica “l’articolo di fondo della pagina letteraria di un giornale, generalmente di argomento culturale, di critica, di saggistica o anche con prose d’arte”. Così recita la relativa voce sul Dizionario Garzanti. Lo scelgo come titolo della rubrica che ogni lunedì, a partire da oggi, m’impegnerò a curare rispondendo ad un graditissimo invito della Redazione: un invito che mi onora, ma che inevitabilmente mi richiama alla responsabilità di dover ben occupare uno spazio né scontato, né dovuto.

Scelgo e compongo parole per mestiere da un po’ tempo, ma, ammetto, mai per un giornale: la scrittura che pratico abitualmente può permettersi il lusso di fare giri molto larghi, giocare a rimpiattino, tastare terreni che non conosce alla perfezione, passare persino dalla finzione. Soprattutto può essere di parte (parziale e partigiana al contempo). “Ma il giornalismo?” mi chiedevo. “Come posso io fare un buon servizio al lettore ed essere utile al racconto dei tanti punti di vista su un fatto, un idea o un accadimento?” E mi è tornata in mente questa piccola storia accadutami qualche tempo fa…

Nel mio piccolo paese, come in tutti piccoli paesi, c’è un uomo insolito che vive per strada felice di non condividere quasi nulla della routine che appartiene alla gente che osserva per ore sfilare davanti alla sua postazione: egli è solitamente un pezzetto di umanità che, nonostante la sua estrema stranezza, riesce comunque a ricavarsi nel tempo un posto nel cuore di tutti i suoi concittadini.

Anche Michele (nome di fantasia) appartiene da sempre al patrimonio architettonico della sua città con cui sembra condividere anche una granitica resistenza alle intemperie; amato proprio come una delle pietre che lastricano la grande piazza che frequenta, ma come queste spesso anche dimenticato o bistrattato.

Da molti anni, passando magari sotto il portico del Municipio dove spesso staziona, gli porgo abitualmente un saluto: “Buongiorno Michele!”. Tempo fa, quando ritenni per la prima volta che il saluto a quell’uomo era diventato un atto doveroso, il mio aspetto giovanile vantava una folta e lunga chioma che faceva pendant con la barbetta incolta.

A quel mio primo saluto, dunque, la risposta di Michele fu subitanea e ovvia: “Ciao Gesù!”.

La cosa è andata avanti per molto tempo provocando l’ilarità mia, innanzitutto, e di coloro che di volta in volta mi accompagnavano.

Un giorno, all’ennesimo “Ciao Gesù!”, decisi che era arrivato il tempo di far trionfare la Verità immaginandola coincidente col mio punto di vista sulla faccenda, perché – lo dico a scanso di equivoci anche per il lettore – io non sono Gesù. Ci voleva dunque una presentazione ufficiale in cui avrei finalmente fornito a Michele il mio vero nome e identità anche correndo il rischio di dargli una delusione: io, che più che un tiepido cristiano sono un agnostico poco convinto, non potevo comunque continuare a farmi fregiare immeritatamente di un tale titolo.

Era il tempo di dirgli la Verità.

Così mi avvicinai sorridente e gli dissi “Michele, io devo dirti una cosa… Io non sono Gesù. Mi chiamo Damiano. E…” Tirò una boccata dalla sua sigaretta stretta tra i denti, nemmeno mi guardò, e placidamente mi disse con olimpica serenità “No. Io lo so che sei. Sei Gesù.”

Provai ad insistere. Ormai il dialogo era iniziato e volevo arrivare fino in fondo. “Ma no, credimi… Veramente!”

Mi guardò diffidente per un paio di secondi e poi risoluto “No! Tu sei Gesù. In incognito.”

Mi sforzai di non ridere dell’espressione che trovo tutt’oggi geniale: non mi sorprende. Michele ci ha abituati negli anni a parole libere e ardite da far invidia ai poeti.

Ci riprovai “Te lo giuro. Non sono Gesù in incognito! Sono uno qualunque…”

Finalmente gli sfuggì un piccolo sorriso. Fece una pausa. “Forse si è convinto” pensai.

Invece “Ma se sei in incognito… mica me lo vieni a dire a me. Tu sei Gesù.”

Rimasi senza parole. Nessuna mia parola, infatti, lo avrebbe mai smosso: aveva costruito una convinzione inattaccabile e granitica. Come lui.

Alzai solo la mano per salutarlo e andai via. Ancora oggi, che la folta chioma è solo un ricordo, io dico “Ciao Michele.” e lui risponde “Ciao Gesù.”

Non c’è nessuna verità in ciò che dice, pensavo un tempo. E niente può convincerlo di una Verità, che tutti sanno ovvia e inoppugnabile.

Oggi invece comincio a credere che tanta convinzione deve pur significare qualcosa. E se Michele dal suo specialissimo punto di vista fosse riuscito a vedere il divino che fa capolino dentro ogni terrena e fragile creatura, e quindi nella natura umana? E quindi persino nella mia? E se ciò che a me risulta una falsità di cui sorridere fosse solo un punto di vista incomprensibile e assurdo solo per quelli come me?

Sono ancora oggi senza parole. Amo le cose e le persone che non me ne lasciano. Come ha fatto Michele.

Di queste cose e persone mi sforzerò in qualche modo di raccontare nei miei prossimi Elzeviri.

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I commenti degli utenti
  • Lino Labianca ha scritto il 04 febbraio 2019 alle 16:14 :

    Bravo Damiano per le tue belle parole e per essere riuscito a trasformare la presenza di quel caro e sfortunato ragazzo, noto a tutti, in un momento di profonda riflessione e di rilassante pace. Grazie e ............scrivi ancora. Rispondi a Lino Labianca