L'intervista

La scoperta della Cubomedusa nelle acque di Giovinazzo, il racconto del Nucleo Sub Molfetta

«Non bisogna creare allarmismi ma stare attenti e raccogliere dati. In cala Ponte c’è un posidonieto che andrebbe valorizzato per attirare gli appassionati»

Attualità
Giovinazzo domenica 12 febbraio 2017
di Nicola Palmiotto
Nucleo sub Molfetta durante un'immersione
Nucleo sub Molfetta durante un'immersione © Nucleo sub Molfetta

Circa 15 giorni fa il “Nucleo Sub Molfetta” ha rinvenuto nelle acque di Giovinazzo in località “Ponte” due esemplari di Cubomedusa, la Carybdea marsupialis, una specie di origine tropicale. L’associazione, che conta circa 45 soci, è stata costituita nel 2015, ma «il gruppo esiste da dieci anni», spiegano il presidente Daniele Marzella e il biologo Michele De Gioia. «Siamo una scuola sub che fa corsi finalizzati al brevetto, inoltre siamo affiliati al Reef Chek Italia per il monitoraggio dell’ambiente costiero. Il tutto finalizzato ad incentivare la passione per il mare e il rispetto per esso».

Marzella e De Gioia, durante una di queste attività di monitoraggio, vi siete imbattuti in una Cubomedusa..

«Durante una uscita circa due domeniche fa, nell’ambito del protocollo di monitoraggio delle coste, abbiamo rinvenuto due esemplari di Cubomedusa in località “Ponte”. Una l’abbiamo trovata sottocosta, a due tre metri di profondità. L’altra era spiaggiata tra le pietre. È una specie di medusa di origine tropicale. È chiamata così perché ha un ombrello diverso da quello tondeggiante, che si vede solitamente. È una sorta di cubetto, di dimensioni che vanno dai 3 fino ai 7 centimetri. Alle estremità inferiori presenta quattro tentacoli con una lunghezza dai 30 ai 90 centimetri. Sono i più pericolosi perché durante il nuoto non si vedono, perché sono traslucidi, e venendo a contatto con la pelle possono causare irritazioni. Chiaramente questa medusa non è letale come la parente stretta che vive in Australia. Ciò non toglie che ha una tossina più forte a quelle a cui siamo abituati. Non bisogna creare allarmismo ma bisogna  stare attenti. Dal punto di vista biologico è necessario recuperare dati per capire come si evolve la vicenda. Per questo ben vengano le segnalazioni».

Quindi nuotando è difficile accorgersi di una Cubomedusa?

«È più difficile vederle in acqua perché sono trasparenti».

Trovare queste meduse tropicali in acque con basse temperature deve far suonare un campanello di allarme?

«Proprio questo è il motivo del monitoraggio. Questi organismi di solito vengono scaricati in mare con l’acqua di zavorra delle navi; d’estate sopravvivono perché l’acqua è calda. Ma in questo periodo, ammesso che sia stata scaricata dall’acqua di zavorra, dovrebbe morire, l’acqua infatti era ad una temperatura di 8°. Significa che si sta adattando alla temperatura? È un fenomeno temporaneo dovute ad una mareggiata che le ha sollevate e portate a terra? Questo non lo sappiamo ancora».

Cosa fare in caso di puntura?

«In teoria sono tossine termolabili, quindi con l’aumento della temperatura dovrebbe diminuire il loro effetto urticante ed infiammatorio. Il lavaggio con acqua calda dovrebbe lenire gli effetti di una puntura».

A livello di ecosistema marino, cosa potrebbe succedere se queste meduse proliferassero?

«È una domanda da un milione di dollari. L’equilibrio è precario non dipende da una sola specie c’è una catena. È difficile ora fare delle valutazioni. Si può formulare un’ipotesi avendo dei dati a disposizione, perciò è necessario raccoglierli».

Che altro avete scoperto nel mare di Giovinazzo?

«C’è una zona dove cresce la posidonia in cala “Ponte” che va valorizzata. Questo posidonieto è abbastanza interessante e vorremmo monitorarlo per capire se regredisce o aumenta e che specie ci sono. Prima che iniziassero i lavori al lungomare facevamo delle immersioni nella zona del porto vecchio. Anche lì ci sono alcuni posidonieti e abbiamo trovato pure degli esemplari di pinna nobilis, la cosiddetta cozza penna (uno dei bivalve più grandi del Mediterraneo, ndr). Creare un percorso potrebbe essere interessante per attirare l’attenzione degli appassionati di suabaquea. Perché ti offre la possibilità di vedere qualcosa di interessante proprio sotto casa. Inoltre questo è un settore che negli ultimi anni è in crescita».

Perché questa zona diventi di interesse cosa bisogna fare e cosa invece evitare?

«Per renderla più attrattiva si potrebbero apporre cartelli, creare strutture sommerse per favorire la biodiversità, fare dei video informativi. Magari coinvolgere chi fa pesca turismo, agganciare cioè la gita in barca all’immersione, sarebbe un modo per attrarre turismo e interesse. Da evitare sarebbe la pesca dei ricci, specie durante il periodo di riproduzione».

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