martedì 26 luglio 2011 Cronaca

Amanda Knox e Raffaele Sollecito verso la libertà?

La deposizione dei periti al processo in corso a Perugia, getta ombre pesanti sul castello accusatorio di primo grado

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© GiovinazzoLive.it

«Credo che oggi ci sia stata una approfondita e inequivocabile analisi del Dna sul gancetto di reggiseno. L'unico elemento per il quale Raffaele Sollecito è stato condannato».

Così Giulia Bongiorno, uno degli avvocati del pool difensivo dell’ingegnere informatico giovinazzese, al termine dell’udienza di ieri nel processo d’appello di Perugia, per l’omicidio di Meredith Kercher.

L’udienza choc era quasi nell’aria, dopo che il 29 giugno scorso erano state depositate le nuove perizie degli esperti dell’istituto di Medicina Legale dell’Università La Sapienza di Roma, Stefano Conti e Carla Vecchiotti.

Sin da allora erano trapelate voci di un giudizio negativo espresso sulle procedure adottate dai periti subito dopo il delitto, procedure che avevano portato alla condanna di Raffaele Sollecito ed Amanda Knox.

Ieri la conferma in aula: non ci sono tracce certe di Raffaele Sollecito sul gancetto del reggiseno della vittima, così come sul coltello, presunta arma del delitto, vi sono sicuramente solo tracce di amido di segale, sostanza contenuta nel pane.

Inoltre alcune prove sarebbero state repertate senza utilizzare nuovi guanti, ma usando gli stessi impiegati per acquisire altre prove, con una evidente contaminazione, in barba alle procedure internazionali.

Non vi è certezza della presenza dei due ex fidanzatini sulla scena del crimine, quindi, una scena nella quale hanno lavorato, secondo gli esperti che hanno visionato anche i video messi loro a disposizione dalla Polizia Scientifica, anche persone in jeans, senza tuta e senza che vi fossero delimitazioni.

Cadrebbe così il castello accusatorio di primo grado, un castello apparso ai più parecchio fragile sin dalle prime battute di questo procedimento d’appello.

Si tornerà in aula sabato 30 luglio, ma la sensazione netta da parte di molti esperti del settore e di buona parte della stampa nazionale, è che non sia possibile attribuire colpe a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox sulla base di prove inconsistenti.

Durante l’approfondimento pomeridiano di Sky Tg 24, ad esempio, uno dei giornalisti che ha più seguito da vicino la vicenda di Perugia, Giangavino Sulas del settimanale Oggi, ha ribadito che si è probabilmente trattato di un tentativo di rapina in casa finito male.

Per il criminologo Carmelo Lavorino «non vi sono prove certe della presenza dei due ex fidanzati sulla scena del crimine».

Noi abbiamo da sempre sposato la linea della prudenza per due ragioni: la prima sta nel rispetto del dolore dei parenti della vittima e degli imputati.

L’altra risiede nel rispetto massimo che riponiamo nel lavoro degli inquirenti e di tutta la magistratura. E poi, non ci è piaciuto mai scandagliare la vita dei protagonisti di questa tristissima vicenda.

Non è il giornalismo d’assalto, dello «sbatti il mostro in prima pagina» che ci interessa, dei colpevolisti a prescindere e degli innocentisti per partito preso.

Oggi appare più difficile, però, restare indifferenti davanti a queste importanti rivelazioni degli esperti romani. E resta difficile anche comprendere come si sia arrivati ad una condanna di primo grado sulla base di quanto emerso ieri in aula a Perugia.

Fretta? Voglia di arrivare ad una sentenza il prima possibile? Cosa è accaduto durante il primo procedimento?

È opportuno che tutto questo non si ripeta, che la Corte d'Assise d'Appello presieduta da Claudio Pratillo Hellmann, sia serena nel decidere, che prenda tutto il tempo necessario per valutare le prove a carico degli imputati, ammesso che ve ne siano ancora.

Un colpevole per la giustizia italiana c’è, ed è quel Rudy Guede, condannato a 16 anni di reclusione in via definitiva, che continua ad accusare i due ex fidanzatini ed a ritenersi estraneo all’omicidio.

Adesso contano solo le testimonianze raccolte e le 145 pagine di perizia di Stefano Conti e Carla Vecchiotti. Le parole dette e scritte dai media, le dissertazioni di esperti e criminologi che non hanno preso parte al processo, contano poco.

I familiari della studentessa inglese uccisa quattro anni fa, meritano una risposta vera ai loro perché ed al loro dolore, non capri espiatori. Se assoluzione sarà, deve esserlo sulla base di quanto è in mano ai giudici, non su facili suggestioni.

La sentenza appare vicina, dopo l’udienza che si terrà sabato. Alle toghe ritorna la palla: in mano loro è il destino di due ragazzi, ma soprattutto in mano loro è la credibilità di un intero sistema giudiziario.

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2 Commenti
il 11 agosto 2011 alle 00:42
moana69
Spinacio vedi di raccontare meno frottole.L'onorevole Bongiorno e' presidente della commissione Giustizia e se manca lei non si fa nulla.E' una dei politici con piu' presenze all'attivo.Per tua conoscenza,visto che spari idiozie la verita' e' venuta fuori perche' in Italia,oltre al fatto di essere tutti allineati e coperti ci sono giudici che non appartengono a nessuna casta e decidono di andare fino in fondo.Anche con un avvocaticchio se il giudice e' imparziale la verita' viene sempre a galla. Ti chiarisco che in aula la difesa potrebbe anche non esserci, decidono tutto a tavolino PM e giudici.La sentenza di Raffaele era condanna gia' ancora prima di iniziare il processo di primo grado per i motivi che ho descritto prima. Quindi spara meni mongolfiere....
il 26 luglio 2011 alle 15:30
SPINACIO
Vorrei vedere se ciò fosse capitato ad un cittadino che non si poteva permettere un avvocato come l'On. Bongiorno con reddito da ca. 2.000.000 di euro l'anno compreso lo stipendio da parlamentare (quasi sempre assente) se veniva fuori la verità. GIUSTIZIA BALORDA!
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